28/08/2009

Antichi mestieri

Lo spazzacamino

Un volto sporco di fuliggine: immagine del mio cuore, di questa mia vita imbrattata di terra. Questo mi insegna la figura e il lavoro dello spazzacamino.

Non penso di bestemmiare dicendo che lo spazzacamino, con il suo volto così nero, mi richiama la debolezza di Dio che si fa creatura per salvare l’opera delle sue mani, colui che è fatto a sua immagine e somiglianza.

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20/08/2009

Il cavatore di ghiaia

Il duro lavoro dell'uomo porta impresso l'atto creativo di Dio; ogni lavoro, in qualche modo ci parla di Dio.

Anche da questo antico mestiere possiamo trarre alcuni insegnamenti per la nostra vita spirituale. La rete metallica usata come setaccio dal “sabiunì” ci ricorda la retta coscienza che deve saper discernere ciò che è bene da ciò che è male.

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01/02/2009

Il materassaio

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 Quando i materassi erano fatti con la lana le massaie chiamavano “ el stramasì” o “el sgarsì”. Il compito del materassaio era quello di confezionare nuovi materassi o spesso, perché la lana costava, di risistemare quelli già usati. Le donne scucivano i materassi e i cuscini e lavavano con dovizia la lana ormai sporca e spesso annodata. In un secondo tempo chiamavano “ el stramasì” . Con maestria il materassaio prendeva la lana nuova o usata e la faceva passare nella “sgarsera” (piccola macchina in legno dotata di appositi ferri che sembravano dei chiodi ricurvi) che oltre a togliere le impurità e i nodi rendeva morbidissima la lana appena lavata. Infine “el sgarsì” riempiva e ricuciva le federe dei materassi e dei cuscini.

Anche la nostra vita è spesso simile alla lana sporca e tutta piena di nodi, come quella dei vecchi materassi. Per rinnovarla e farla diventare soffice bisogna ricorrere alla “sgarsera” . La “sgarsera” non bisogna chiamarla: viene da sola a renderci visita. Bussa alla nostra porta e si chiama sofferenza. I dolori e le prove hanno lo stesso effetto dello scardasso: purificano il torbido che si annida nel nostro cuore. La sofferenza non la sopportiamo ma in taluni casi è salutare perché ci rende più umili, più semplici, più comprensivi. Insomma, più soffici. Un uomo che non ha mai sofferto perde, paradossalmente, di umanità, è meno uomo. Scriveva don Giovanni Antognoli: “I nostri vecchi si spaventavano quando in una casa, da un po' di tempo, non entrava il Dolore, perché voleva dire che non era amica di Dio”.

Quando Dio si presenta sotto le spoglie del “stramasì” sono tentato di cacciarlo in malo modo. Ma poi capisco che la sua “sgarsera” mi renderà un poco migliore.

Meglio riceverlo!

Da voi come si chiama il materassaio?

25/01/2009

il Cestaio

 

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Una volta non c’ erano le automobili o gli autocarri. Generalmente, specialmente in montagna, tutto veniva trasportato a dorso di mulo oppure caricato sulle proprie spalle. I recipienti dove deporre le varie masserizie erano fatti in vimini dalle abili mani del “caàgnì” (cestaio). Ceste, gabbie per polli, caàagne, gerle per portare il fieno prendevano forma, nei freddi giorni invernali, dal paziente lavoro del cestaio. Il materiale usato doveva essere molto flessibile; i rami più adatti erano i rami del pèndol (salice) oppure quelli di nocciola. Dopo essere rimasti in bagno per alcune ore i rami venivano scortecciati e quindi erano pronti per essere utilizzati nel lento intreccio che dava forma ai vari contenitori. I montanari, fin dalla più giovane età, venivano iniziati all’arte dell’intreccio. Durante le gelide giornate invernali, nel calduccio delle stalle, gli uomini di montagna riparavano o costruivano i vari recipienti in vimini. I più bravi diventavano cestai di professione e di mercato in mercato andavano a vendere il frutto della loro arte.

Il paziente lavoro del “caàgni” mi ricorda il misterioso disegno di Dio sulla mia e sull’altrui vita. Dio raccoglie i rami secchi del mio “apparente” fallimento e li intreccia lentamente seguendo un ordine e una logica a noi sconosciuta. I rami più “efficienti”, quelli che potrebbero riempirmi di orgoglio, vengono accantonati per lasciare il posto a quelli più sottili, più umili, ma per questo, più flessibili. Come il “caàgni” anche Dio lavora nel nascondimento, nelle fredde giornate del mio egoismo, al calduccio di una misera stalla. Nessuno lo vede, ma Lui è sempre al lavoro. Taglia, scorza, immerge nell’acqua dell’ “antica tinozza” che tutto copre, intreccia, smussa. Ecco la piccola cesta della mia vita, poca cosa agli occhi degli uomini, ma preziosa agli occhi di Dio.

Nel tuo dialetto come si chiama il cestaio?

18/01/2009

Lo stagnino

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 Antichi mestieri: lo stagnino (in bresciano el parolòt)

Molti anni fa il grido “el parolòt … el parolòt” risuonava inconfondibile tra le contrade e le vie dei nostri paesi. Subito le donne si precipitavano alla porta di casa e consegnavano nelle robuste mani dello “stagna pegnate” paioli, pentole e utensili in rame. Finita la raccolta del materiale da riparare el parolòt si sistemava ai margini del paese e incominciava il suo paziente lavoro. Si trattava di riparare buchi o di ristagnare con cura gli utensili usati in cucina dalle massaie o nelle stalle dai contadini. El parolòt portava tutto il materiale che le serviva per il suo lavoro su un carretto oppure in un sacco che si caricava sulle spalle. In poco tempo, nelle abili mani dello “stagna pegnate” , i vari utensili ritornano nuovi e splendidi ed erano pronti per essere riusati nei lavori domestici. Mio nonno faceva questo mestiere e dal suo piccolo borgo piemontese scendeva a piedi fino a Gavardo con il suo carretto tirato a mano. Si fermava nei vari paesi e nelle varie contrade dormendo nei fienili o nelle stalle. Il suo carretto è ancora custodito, con estrema cura, nel cortile di casa mia.

Le mani del parolòt mi richiamano altre mani altrettanto robuste ed abili: quelle di Dio. Spesso il male corrode le nostre anime e il peccato ricopre di fuliggine le nostre coscienze. Solo le abili mani di Dio che “fanno nuove tutte le cose” possono riparare i buchi che si sono formati nel nostro tessuto esistenziale.

E’ un Dio sempre in cammino, sempre alla ricerca di tutto ciò che viene considerato perduto. Come il parolòt si accampava all’inizio del paese, così Dio si siede ai margini della nostra esistenza, non entra con prepotenza nella nostra vita quotidiana. Aspetta solo che noi ci accorgiamo della sua presenza per poterci “prendere in mano” e rivestirci di nuova luce, renderci creature capaci di amare.

“El parolòt … el parolòt”. Come mi manca questa voce il cui eco si perde in tempi ormai lontani. La voce di Dio invece non viene mai meno e continua a riparare i guai che gli uomini combinano quando sono accecati dal loro egoismo.

Nel vostro dieletto come si chiama lo stagnino?